Afghanistan
Attualità,  Letteratura

Afghanistan, la storia delle donne attraverso la letteratura

Era il 1961 ed andava in stampa per la prima volta il reportage di Oriana Fallaci ‘Il sesso Inutile.

Non volevo scrivere un libro per le donne perché non le ho mai viste come una fauna speciale, o un gruppo da proteggere -aveva dichiarato in merito l’autrice- ma un giorno mi venne in mente che i problemi fondamentali degli uomini nascono da questioni economiche, razziali, sociali, ma i problemi fondamentali delle donne nascono soprattutto da questo: il fatto di essere donne”.

Oriana viaggiava per il mondo ed interrogava donne di ogni cultura, fino ad arrivare anche in Pakistan, la terra governata dai fondamentalisti islamici, i .

Nei paesi mussulmani nessun uomo ha mai nascosto la faccia sotto un lenzuolo per uscire nelle strade ed in Cina nessun uomo ha mai avuto i piedi fasciati ridotti a sette centimetri di muscoli atrofizzati e di ossa rotte, in Giappone, poi, nessun uomo è mai stato lapidato perché la moglie ha scoperto che non era vergine” ed è per questo che è iniziata la sua lotta.

La storia dei in Afghanistan, la guerra al terrore degli USA

E’ il 16 agosto 2021, l’intervento americano in Afghanistan è giunto al termine e i hanno preso il controllo di Kabul. Il presidente Ashraf Ghani fuggito all’estero e i intasano il web di uomini che si aggrappano agli aerei americani, cadendo giù dai carrelli, vittime della disperazione.

La ‘guerra al terrore’ statunitense iniziò nel non lontano 11 settembre 2001. Dopo l’attentato alle Torri Gemelle si aprì la faida infinita contro il gruppo Al-Qaeda, al tempo guidato da Osama Bin Laden. Già nel 1996 l’Afghanistan era terra governata dai talebani, gli stessi che patteggiavano con Bin Laden.

Le operazioni militari si conclusero nel 2003. Anni importanti quelli a seguire perché si portò avanti l’operazione Nation-building cercando di gettare le basi di quell’ancora inarrivabile ma tanto sognato Stato Democratico.

Quei pochi progressi che si riuscivano a realizzare erano però quasi tutti orientati all’emancipazione femminile: ci sono state diverse fasi negli anni, ma la donna ha continuato ad essere assoggettata all’uomo in qualunque caso, con pochi sconti.

La recente storia dell’Afghanistan sulla condizione femminile si può dividere in tre macro-gruppi, ma nel tempo è rimasta una condizione di dolore e sottomissione. Anche l’infinita letteratura sulla tematica racconta: nascere donna in quei paesi è una dal momento in cui vieni alla luce, una colpa da scontare, pagando con una vita di sacrifici e abusi.

Afghanistan, la religione occidentale è quella giusta?

La religione occidentale non nasconde la donna sotto un velo, ma la sottomette all’esistenza maschile, camuffando la radice maschilista attraverso un messaggio d’amore.

La donna nasce dalla costola dell’uomo, così racconta la nostra religione, ma per essere al suo fianco. Nel concetto di incanto amoroso si nasconde così l’idea dello strappo: la donna nasce strappandosi dal corpo dell’uomo, al quale, come una costola legata alle vertebre, appartiene. E’ così che infatti Oriana Fallaci faceva la guerra non solo ai mussulmani, ma all’intero mondo patriarcale, sostenendo che la questione femminile fosse ben più ampia e complicata, ed arrivava fin dentro casa nostra.

Afghanistan, il ritorno dei talebani e il terrore raccontato dai

Afghanistan, 2021
Afghanistan, 2021

In questi giorni non si parla d’altro: le donne in Afghanistan si stanno preparando al ritorno dei talebani, ma come è cambiata la qualità di vita negli ultimi anni? Circola tanta disinformazione da questo punto di vista.

Le donne Afghane hanno già vissuto tutto ciò, perché i talebani erano già in Pakistan e l’esercito afghano non riusciva ad evitare l’invasione. E’ un paese che sa, perché ha già vissuto sulla sua pelle, ed è proprio la consapevolezza che in questi giorni porta le madri a consegnare i bambini ai soldati.

C’è un attimo in cui la disperazione riesce a superare l’amore materno: è un momento che rivive negli occhi di chi ha guardato in faccia l’orrore, la violazione dei propri diritti.

Il termine ‘talebano’ deriva dalla parola ‘ricercatore’ o ‘studente’. Un movimento infatti nato nelle scuole coraniche pakistane e fondato nel 1994. I talebani nascevano dall’odio contro le truppe sovietiche che occuparono l’Afghanistan tra il ’78 fino all’ ’89.

Il desiderio primordiale del nuovo movimento era quello di riportare l’equilibrio una volta che l’esercito sovietico si fosse ritirato. Per far ciò, secondo il gruppo, era necessario imporre per forza la Sharia, la legge islamica che prevedeva esecuzioni pubbliche per tutti coloro che non avrebbero rispettato le regole ferree.

E’ proprio da queste regole che vengono fuori i più crudi attacchi ai diritti delle donne, a partire dal burqa integrale. Già da prima degli anni ’90 l’Afghanistan aveva cercato di ‘occidentalizzarsi’ attraverso i mass media.

L’Islam però si fonda su concetti culturali e religiosi radicalmente differenti dall’occidente. Il nostro mondo è cresciuto attraverso il culto dell’: dagli affreschi religiosi, fino poi a quelli pagani, l’arte, il cinema, la fotografia; la nostra cultura esiste attraverso l’immagine. L’Islam no. Gli islamici sono iconoclasti e vietano da sempre il culto delle immagini.

Le donne non possono essere fotografate, e pregare davanti l’ di una divinità sarebbe un peccato anche mortale. I talebani non hanno mai accettato quest’occidentalizzazione dell’Afghanistan, per questo nel 2001 distrussero anche i grandi Buddha di Bamyan: volevano riportare il territorio al loro ordine vietando cinema, musica e televisione.

Se fotografavi una donna venivi giustiziato, nessuno poteva avere rapporto con il sesso femminile se non padre, marito o membri della famiglia. Le donne non poterono più truccarsi, indossare gioielli, o anche solo guidare l’automobile. La tentazione legata da secoli al corpo femminile diventava la delle bambine: se nascevi donna dovevi essere purificata per questo, costretta a guardare il mondo da una retina.

La condizione femminile in Afghanistan con e senza talebani

Negli anni ’50-’60 in Afghanistan la donna era riuscita a prendere spazio: partecipava alla vita pubblica e otteneva il diritto di voto e la possibilità di arrivare a cariche elettive. Bisogna ovviamente interpretare il contesto: le donne rimanevano comunque in una condizione di inferiorità nei confronti dell’uomo, costrette a vivere come casalinghe.

Nel ’78 il governo diede alle donne la possibilità di godere degli stessi diritti degli uomini in ogni ambito; durante gli anni dell’occupazione sovietica ci fu un periodo fiorente per la cultura perché si puntò tutto sull’alfabetizzazione femminile.

Già nel ’92 con il cambio di governo le cose cambiarono: il velo divenne obbligatorio, ma non quello integrale.

Quando nel 1996 presero in mano il paese i talebani arrivò il periodo atroce per le donne. L’ossessione della censura della figura femminile arrivò a ledere i diritti inalienabili: le figure femminili diventavano fantasmi inesistenti, proprio come vivevano già in Pakistan.

Alzando lo sguardo la vidi non mi accorsi subito che fosse una donna perché da lontano non sembrava nemmeno una donna. […] Sembrava un oggetto privo di vita che uomini vestiti di bianco conducevano verso l’uscita, il corpo era coperto, non si vedevano mani, piedi, né una forma che assomigliasse alla forma di una cratura” così raccontava nel 1961 la Fallaci, la prima volta che mise piede a Karachi in Pakistan.

Il ruolo della letteratura nella denuncia alla condizione di vita delle donne mussulmane

La letteratura ha sempre raccontato la condizione delle donne mussulmane, ne ha delineato e denunciato le torture, i dettagli di una vita infelice. Lo fece anche Khaled Hosseini diventando best seller prima con Il cacciatore di aquiloni, poi con Mille splendidi soli. La letteratura racconta, dà voce a quel mondo così lontano geograficamente e culturalmente, avvicinando il dolore al nostro.

I talebani sono tornati, ma le condizioni delle donne mussulmane non sono mai cambiate: la questione non riguarda solo l’Afghanistan, le dinamiche sono molto più profonde e purtroppo la mediatizzazione del ritiro delle truppe americane ha portato al tempo stesso all’oscurazione dell’ampiezza del fenomeno.

La questione religiosa è ormai chiaro che sia alla base, ma la religione ha portato sempre una concezione sbagliata nei confronti delle donne. Si pensi alla donna angelo, da Dante a Leopardi, il romanticismo europeo è un romanticismo stanco e di facciata perché idealizza la donna come qualcosa di sacro ed intoccabile, proprio come l’Islam: se un islamico toccasse una donna per strada potrebbe essere condannato a morte; e Leopardi guardava Silvia dalla finestra, idealizzandola senza mai riuscire a dirle ciao, senza mai ambire a sfiorarla.

La de-sessualizzazione della figura femminile è una positività sporca, inadatta al reale, che porta in alto il femminino ma solo staccandolo dal carnale, espropriando il corpo, distaccando il concetto di donna dall’atto sessuale quasi a volerle dare una colpa, quella che poi si porta dall’idea del peccato originale: la seduzione. E’ così giusto, quindi, il nostro romanticismo? O forse è ciò che rimane alla base della della ‘femme fatale’, colei che non deve mai chiedere, che fa inginocchiare tutti e per questo sporca poiché consapevole del proprio corpo?

Per le donne mussulmane non esiste la concezione di sesso e amore. Vengono date in spose da ragazze, senza aver mai visto prima il loro uomo: arrivano con gli occhi chiusi perché gli è negato guardarlo prima del patto matrimoniale.

Sono sicura che si innamorerà di te e ti vorrà molto bene” dice la giornalista ne Il sesso inutile alla prima sposina in ginocchio tra le lacrime. “Cosa significa?” risponde poi lei, non comprendendo il significato delle parole. A quel punto il pakistano risponde al posto della neo sposa, facendole da traduttore: “Voleva dire di stare tranquilla perché lui ti darà tanti figli”.

La ragazza deve attendere l’uomo al buio in camera da letto, e non può opporsi alla volontà. Il primo incontro di solito si consuma tra le lacrime silenziose di un corpo vuoto ed assente, che rimane inerme per tutto il tempo, contando i minuti e sperando che l’incubo finisca presto. Non c’è culto del corpo femminile: “Le spose sono sempre infelici, una moglie giovane serve solo se sa partorire”, raccontano le donne pakistane alla giornalista.

C’è molto sole sui paesi dell’Islam, un sole bianco, violento, che acceca. Ma le donne mussulmane non lo vedono mai: i loro occhi sono abituati all’ombra come gli occhi delle talpe. Dal buio del ventre materno esse passano al buio della casa paterna, da questa al buio della casa coniugale, da questa al buio della tomba. E in quel buio, nessuno si accorge di loro”.

La ripresa e la ricaduta: l’Occidente e la condizione della donna in Afghanistan

I rapporti registrati del 2010 riportano per l’Afghanistan un miglioramento sostanziale nella vita della donna.

11 anni fa le donne potevano uscire da sole, studiare; in città si camminava senza burqa; nei villaggi no, la condizione era ancora tragica per via dei trafficanti d’armi, delle bande di criminali e degli integralisti.

Rimanevano comunque tutte donne obbligate al matrimonio, costrette alla prole per non essere considerate un disonore, continuavano a fare i conti con le costrizioni e gli abusi (il tasso di analfabetismo femminile rimane anora oggi tra l’84% e l’87%).

Non si può di certo immaginare come una vita simile alla nostra, non è pensabile per i paesi in cui vige il potere islamico; ma se precedentemente rimaneva un minimo di speranza, adesso c’è la disperazione di donne che lanciano i propri bambini ai soldati o, probabilmente, alla vita.

Khaled Hosseini scrive nel 2007 Mille splendidi soli,Questo libro è dedicato a Haris e Farah, entrambi nur dei miei occhi, e alle donne dell’Afghanistan”.

Ancora una volta, più di 40 anni dopo la pubblicazione di Oriana Fallaci, si parla di violenza sulle donne. Mariam è una harami, una figlia illegittima che, nonostante la sofferenza fissa davanti a sé, ogni giorno cerca di capire cos’è che non va in quel mondo guasto: “si chiedeva com’era possibile che tante donne condividessero un medesimo infelice destino, che avessero tutte sposato uomini così spaventosi”.

Un giorno si trovava distesa sul divano, guardava la neve che cadeva fuori la finestra, un senso di stupore all’improvviso: si sentiva meno sola. “A ricordo di come soffrono le donne come noi, di come sopportiamo in silenzio tutto ciò che ci cade addosso” aveva poi detto ad alta voce senza indugio, ricordando le sue diverse cadute durante il percorso della sua vita, sempre silenziose, proprio come la neve.

Ed è la stessa sofferenza presente nel mondo occidentale, anche se con una diffusione più ristretta. La stessa di molte donne costrette a passare la loro vita chiuse nel silenzio del dolore, di matrimoni e relazioni tossiche, che a volte sembrano essere senza via di uscita. E’ per questo che la lotta all’Islam non è solo una guerra interna, è la guerra di tutti, una lotta ideale di coloro che credono fermamente nei sacrosanti diritti inalienabili, e di coloro che amano, nel più semplice dei modi.

Claudia Manildo

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