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Ansie giovanili e pandemia: il segreto è imparare a bastarsi

“La paura è un meccanismo di difesa, vedo un incendio e scappo. Mentre l’angoscia non ha qualcosa di nitido davanti a sé”. Così Umberto Galimberti, noto filosofo, tenta di spiegare il delicato momento che stiamo vivendo legato alla pandemia da Covid-19. Da marzo la vita di ognuno di noi è cambiata più o meno radicalmente. Smart working, didattica a distanza o, per i meno fortunati, cassa integrazione e disoccupazione. Tutti questi cambiamenti, uniti alla paura di una malattia sconosiuta, hanno avuto e continuano ad avere delle ripercussioni importanti nella quotidianità. Quelli che più hanno risentito delle conseguenze della pandemia sono i giovani, le cui attività di tutti i giorni sono state radicalmente stravolte. Dall’andare a scuola o all’università all’incontrarsi con i propri amici, com’è cambiata la vita dei giovani con la pandemia?

Abbiamo chiesto ad un gruppo di ragazzi e ragazze tra i 18 e i 30 anni come stanno vivendo questo particolare periodo. Il senso di spaesamento, unito alla paura e all’angoscia, tanto del presente quanto del futuro, rappresentano le principali fonti di timore. A preoccupare maggiormente è la paura del contagio, per se stessi e per i propri cari. La maggior parte di loro ammette di aver cambiato le proprie abitudini da marzo, limitando o rinunciando definitivamente alle uscite con gli amici e riscoprendo nuovi modi per impiegare il tempo da trascorrere tra le mura domestiche. Si esce di meno ma ci si informa di più, se non altro per cercare di vivere con meno angoscia la quotidianità. Il settore lavorativo è quello più penalizzato: moltissimi si sentono frustrati dalla propria condizione di neodiplomati o neolaureati ai quali viene negato un normale accesso al mondo del lavoro.

A preoccupare maggiormente i giovani intervistati è anche la salute mentale e psichica, inevitabilmente connessa con la prospettiva di un futuro incerto e difficile. La sensazione di spaesamento causata dalla pandemia genera angoscia e sono molti, infatti, coloro che hanno ammesso di aver provato almeno una volta ansia sia per la situazione corrente che per quella a venire, prevedendo un futuro colmo di precarietà. Non aiutano, in questo senso, le restrizioni che cambiano da regione a regione, ma che sono unanimamente percepite come frustranti e limitanti per moltissimi giovani, e non solo. Tra quelle che pesano di più vi sono la chiusura di bar e ristoranti e i divieti di spostamenti con annesso coprifuoco. Anche la chiusura delle scuole e delle università ha gettato sconforto nei più giovani, che hanno dovuto fare i conti con una quotidianità completamente stravolta.

Rispetto al primo lockdown di marzo, però, molti degli intervistati hanno notato una maggiore irresponsabilità delle persone. Elemento, questo, che va di pari passo con un crescente disinteresse per la situazione di emergenza attuale. Il clima che si percepisce con questo secondo lockdown, infatti, è quello di una minore preoccupazione generale, una crescente confusione che si accompagna ad un sollievo per le minori restrizioni di questo lockdown (rispetto al precedente).

Quello della salute mentale legata all’emergenza sanitaria è un tema che ha molto preoccupato fin dall’inizio, tanto da far sorgere nei primi mesi di pandemia numerosi sportelli di ascolto e sostegno psicologico gratuiti online. Quello che colpisce è come la corsa in avanti della nostra società si sia di colpo arrestata, portando allo scoperto le fragilità del mondo contemporaneo. Prima tra tutte, sostiene Umberto Galimberti, l’incapacità della nostra società di far fronte alle difficoltà. “Ogni generazione che ha avuto a che fare con le guerre, poi si è data da fare per la ricostruzione della società e della propria vita”, spiega il prof. Galimberti in un’intervista al Corriere della Sera. “Noi siamo una società debole– continua –non abituata al sacrificio, alla fatica, all’impegno, alla solidarietà. E allora è più difficile sopportare le tragedie come può essere questa”. A discapito di quanto succedeva nel precedente lockdown, dove i balconi erano tappezzati di striscioni con su scritto “andrà tutto bene” e altri slogan d’incoraggiamento, corriamo il rischio che la pandemia ci renda più individualisti e molto meno pronti ad aiutare il prossimo. Complice una paura che forse difficilmente riusciremo a lasciarci alle spalle.

Oltre alle nuove abitudini, la pandemia ci ha messi davanti a qualcosa a cui non eravamo abituati: la solitudine. In una società in cui molto spesso viviamo trascinati dal vortice di impegni lavorativi, scolastici o familiari, il virus ha messo in stand by le nostre vite, obbligandoci inevitabilmente a fare i conti con noi stessi. “Se uno scappa da sé come dal peggior nemico- conclude il prof. Galimberti -questa può essere una buona occasione per cominciare a riflettere sulla propria vita“. Insegnare ai bambini, fin da piccoli, la bellezza della solitudine, del saper stare con sè stessi, dell’imparare a bastarsi, li renderà un domani degli adulti più consapevoli e meno frustrati, capaci di reagire alle criticità della vita. Perchè, come sostiene il filosofo Galimberti, pandemia o no, “vivere a propria insaputa è la cosa peggiore che possa accadere nella propria esistenza“.

 

di Eleonora Di Vincenzo

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