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#FreePalestine: cosa sta succedendo in Israele e sui social?

Cosa sta succedendo nello stato di Israele e sui  in queste settimane? Sebbene se ne parli ancora molto poco, siamo probabilmente di fronte ad una guerra completamente diversa dalle precedenti: una battaglia combattuta tra le strade ma anche, e soprattutto, sul web, l’unico strumento in grado di riportare fedelmente ciò che avviene a chilometri di distanza da noi.

Disclaimer: noi di Virus Culturali vogliamo provare a spiegare in modo semplice, ma non semplicistico, la questione tra israeliani e palestinesi. Consapevoli dell’enorme complessità della situazione, il nostro lavoro vuole rimanere il più possibile fedele ai fatti, seppure a sostegno delle parti ingiustamente coinvolte.

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La guerra tra palestinesi e israeliani (Pixabay)

La questione tra israeliani e palestinesi è estremamente complessa. Qui cercheremo di renderla nel modo più chiaro e completo possibile. Tralasciando gli avvenimenti di più lunga data, la situazione attuale può essere ricollegata alla guerra del 1948 e alle conseguenze decise dall’ONU e dagli Stati coinvolti. Il 16 febbraio a Gerusalemme, più precisamente nel quartiere di Sheikh Jarrah, è stato ordinato lo sfratto di alcune famiglie palestinesi per favorire l’ingresso di coloni israeliani. Questa è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Un vaso colmo di prevaricazioni che affondano le radici nei numerosi e contorti avvenimenti che si sono succeduti negli anni. Ma andiamo per ordine.

Dove tutto è iniziato

Quello di Sheikh Jarrah è un quartiere nella periferia di Gerusalemme est, storicamente al centro di dispute tra arabi ed ebrei. Nato in origine come zona di rifugio per le ricche famiglie arabe che scappavano dal caos della città, il quartiene ha da sempre ospitato una ebraica, seppur di piccole dimensioni. Questi ultimi ritenevano il territorio particolarmente importante per motivi religiosi. Sembrerebbe, infatti, che ai margini del quartiere sorga la tomba di Simeone il Grande, un importante profeta. Per consolidare la presenza ebraica sul territorio, la decise di acquistare quei territori per costruirvi abitazioni da destinare alle famiglie ebree più indigenti.

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Con la guerra del 1948, però, le cose si complicano. Il conflitto, che coinvolge alcuni paesi arabi e l’ONU, si conclude con la formazione dello Stato di Israele. Il quartiere di Sheikh Jarrah, evaquato a causa dei bombardamenti, diventa la linea di confine tra i territori sotto il dominio israeliano e quelli di propiretà della vicina Giordania. Nel 1956, il governo della Giordania decide di spostare su quei territori, prima di propretà delle famiglie ebraiche, alcune famiglie di sfollati palestinesi. L’ONU approva la scelta, essendo all’epoca mediatore tra le parti precedentemente in conflitto. Il governo giordano promette che, entro alcuni anni, i residenti acquisiranno la proprietà dei territori dove vivono.

Nel 1967, però, un nuovo conflitto cambia nuovamente le sorti dei due popoli. Con la guerra dei 6 giorni, infatti, Israele riconquista la parte est di Gerusalemme e la occupa militarmente, data la disapprovazione di una larga parte di Paesi. Israele, tramite una legge in pieno contrasto con la precedente, consente ai profughi ebrei di tornare nelle proprie abitazioni, anche se queste si trovano oltre il confine stabilito in precedenza dall’ONU (la cosiddetta green line). Da questo momento, i profughi palestinesi e i loro discendenti si trovano a dover combattere quotidianamente con i continui tentativi di sfratto.

Cosa sta succedendo in Israele?

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Gerusalemme (Pixabay)

É così che arriviamo ai fatti degli ultimi mesi. Dal 16 febbraio, infatti, è stato ordinato lo sfratto di alcune famiglie palestinesi nel quartiere di Sheikh Jarrah, per consentire l’arrivo di coloni israeliani. Questa, unita ad una di avvenimenti recenti, è stata la causa di tutto. Le famiglie palestinesi si sono rivolte alla Corte suprema israeliana che però ha rimandato la sentenza la 10 maggio, lo stesso giorno in cui si celebra la ricorrenza dell’occupazione israeliana di Gerusalemme est (avvenuta nel 1967). Dalla celebrazione sono nati degli scontri, sommati a quelli in seguito alle limitazioni imposte dalle autorità di Israele per le celebrazioni del Ramadan. Il tutto è sfociato in bombardamenti e attacchi, che hanno portato a 700 feriti, tra cui 9 decessi di minori (fonte The Guardian).

La battaglia in Israele è sui

Come ogni avvenimento negli ultimi anni, anche la guerra in tra Israele e Palestina si sta combattendo sui . Un terreno sempre più fertile per la rappresentazione della realtà priva di influenze politiche o mediatiche, i network stanno mostrando la vera faccia del conflitto in corso. Bombardamenti, intere famiglie sfollate, tra cui moltissimi bambini da una parte; politici e civili di tutto il mondo che si indignano dall’altra. Sebbene siano spesso stati al centro di dure critiche, i si stanno rivelando ancora una volta un mezzo estremamente importante per conoscere la verità e diffonderla.

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Proprio i giovani sulle nuove piattaforme hanno organizzato eventi in occasione del conflitto. L’ultimo quello svoltosi a nella metà del mese di maggio, che ha riunito tantissime persone di ogni età, nazionalità e religioni. Tutto ciò ha portato anche la nascita dell’hashtag #freepalestine, per sensibilizzare tutto il mondo su ciò che accade in Israele, dentro e fuori dal mondo . Perchè se quello in atto in Palestina è un conflitto principlamente fondato su una matrice etnica e religiosa, ancora una volta ci è stata data la possibilità di non girarci dall’altra parte e di schierarci (seppur solo virtualmente) dal lato degli oppressi e degli indifesi.

Non voltiamo le spalle. #freepalestine

 

 

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