frontiere della psicoanalisi
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La nuova rivista di Recalcati: “Il trauma è come un’onda”

La nuova rivista accademica “frontiere della psicanalisi” diretta da Massimo Recalcati e Maurizio Balsamo viene inaugurata con la prima uscita dedicata alla tematica del trauma. 

Huberman sottolineava come il Rinascimento fosse una lettera fermo immagine. La rinascita della somiglianza, mettendo da parte l’ordine della dissomiglianza. Egli ritrovava nella radice delle maschere mortuali, la rinascita per un’arte nuova, quella rinascimentale appunto.

Questa costante idea che si ripropone nell’arte, più in generale nel genio umano, parte da una realtà traumatica che vede l’individuo come ‘rielaboratore del passato‘. Il fossile è pietrificato, spento, una traccia di qualcosa ormai inesistente, si spiega durante l’incontro di presentazione del libro. Eppure è un leitmotiv, qualcosa che continua ad avere movimento, nonostante sia già temporalmente finito. Un esistere attraverso qualcosa che non c’è più. Le impronte degli animali che rimangono pietrificate, che ci fanno pensare che lì c’è stato un movimento, e che quel movimento è rimasto imprigionato, ma è ancora una presenza assente.

Maurizio Balsamo ha specificato come sia importante che “l’epistemologia psicanalitica possa essere germinativa per la creazione di altro“. Importante, insomma, il ruolo del ‘trauma’ e della traduzione psicanalitica di esso, perché da quell’evento può sempre scaturire una rielaborazione dell’esperienza vissuta.  Una rielaborazione che riesca a far germinare, far nascere dal tragico qualcosa di positivo.

Il trauma è come un’onda, ogni volta che si ritira bisogna raccogliere i pezzi

Un’onda che si ritira e poi ritorna. Spiega Massimo Recalcati. Il trauma non si allontana mai da noi, ci accorgiamo di lui proprio nel momento stesso in cui ci rendiamo conto che ciò che ci ha traumatizzato è già passato, non è più davanti a noi, e da quel momento rimane impresso nel nostro inconscio, continua a partecipare ad ogni esperienza quotidiana; come un onda che si riaffaccia sulla riva. Come un tarlo che laboriosamente contribuisce giornalmente alla creazione del foro nel legno. Proprio quel che rimane una volta che l’onda si è ritirata è la risposta all’elaborazione. Bisogna raccogliere quel che è stato lasciato sulla battigia, mettere insieme i pezzi solamente quando l’onda si è ritirata.

Un’ che convoca al continuare a pensare al di qua della rappresentazione. Non esiste solo il sogno traumatico; bisogna capire la rimessa in circolo, la rimessa in vita dal trauma stesso. Un sogno ricorrente non è un dejavou. Avrà qualcosa di intrappolato dentro, ma che poi, successivamente, può sprigionare qualcosa di vitalità“. Spiega il professore. E poi continua: “Dopo il trauma, dice Freud, c’è bisogno di pensare che il paziente non deve uscire senza pelle dalla seduta con il medico, deve uscire dalla stanza ancora pieno,o ancora più pieno, deve aver acquistato qualcosa“.

Il trauma che umanizza la vita è il trauma del , il trauma della separazione come creazione della soggettività. Per acquisire se stesso, per riconoscersi in quanto soggetto, l’uomo deve trovare il risultato in una lunga catena di separazioni, spiega Freud. L’infanzia non sarebbe riducibile ad una fase evolutiva della vita, sarà permanentemente presente, un lietmotiv appunto. L’infanzia anche quando sembra superata ritorna in noi indirizzandoci verso determinate scelte, operando silenziosamente. Non è una fase che superiamo ma una fase che ritorna nella nostra vita, come il trauma, come l’onda.

La necessità traumatica umanizza la vita

La necessità traumatica umanizza la vita” spiega Recalcati, “C’è trauma dove un evento contingente tende a riprodursi necessariamente in una coazione a ripetere, o in una ripetizione che assume le forme della coazione“. In parole più semplici il trauma arriverà alla nostra coscienza e influirà in tutte le nostre scelte, obbligandoci a prendere una strada, come un suggerimento istintuale, che proviene da dentro, un canto delle sirene. Questa ripetizione che avviene dentro di noi è legata all’effetto del trauma sulla nostra psiche, come un’eco rimbomberà nella nostra testa nascondendosi tra le pieghe dei cuscini sui quali dormiremo, nei pensieri più intimi che avremo.

Il dolore per un trauma si presenta solo a evento concluso

Una delle caratteristiche della contingenza dell’evento, spiega poi il professore, è l’assenza di angoscia, intesa freudianamente come l’impreparazione di fronte all’evento stesso, come è successo di fronte alla pandemia, per esempio. Quando l’evento accade, l’uomo non riesce a soffrire, si sospende. La sospensione è dovuta alla non comprensione dell’evento stesso, atto che a sua volta lo trasforma in ciò che chiamiamo trauma. La mente umana ha un istinto di protezione: quando qualcosa è troppo doloroso, lei si disattiva, reagisce al problema, cercando di spegnere il senso di angoscia. Il dolore che proviamo per via di un trauma si presenterà successivamente all’evento traumatico stesso, sempre. Molto conosciuto anche come disturbo post-traumatico.

La passività dovuta al per la pandemia è reazione normale

La seconda condizione che estrarrei da questa esperienza con l’incontro con l’evento inatteso è l’inazione, la passività che evoca la condizione di infermità della condizione umana all’origine. Esperienza della nostra passività, di sconforto, di inermità originaria.” Continua poi Recalcati. La sensazione che ci siamo ritrovati a vivere durante i primi mesi di corrispondeva proprio ad un istinto passivo, inattivo, il non riuscire più a fare quel che eravamo lieti di fare prima. Molti lettori accaniti si rivolgevano agli psicologi in cerca di risposte poiché non riuscivano ad avere la concentrazione adatta a anche solo 1 pagina. La psicologia rassicurava spiegando che la reazione era del tutto normale. Molte volte la sospensione è la reazione al trauma per via di un’aspettativa. La mente non riesce a capire cosa sta accadendo poiché l’evento scatena emozioni troppo forti, per questo si mette in sospensione, aspettando che l’onda si sia ritirata.

Il dolore che accompagna il trauma non si esprime con le parole, ma è ‘cenere di luce’

Il dolore è qualcosa che accompagna il trauma e che risulta inesprimibile con la parola, con il linguaggio, con il pensiero. Il dolore traumatico è melanconico, esiste in quanto palpabile, ma non si riesce a raggiungere con il pensiero. Il dolore naviga nel corpo e si soggettivizza in esso, diventa parte di esso, e così, inesprimibile. Diventa traccia traumatica all’interno dell’individuo, influenza di scelta. Come se il dolore fosse qualcosa di impensabile. “Non si tratta di opporre la luce alla cenere” spiega Recalcati riprendendo Il Parmigianino, “ma la capacità di pensare che esiste una cenere di luce“.

Non bisogna scappare dal trauma ma interiorizzarlo

E’ importante l’interiorizzazione dell’evento, la soggettivizzazione del trauma: è successo a me, per questo devo scavare dentro e trovarlo, perché le risposte non le riceverò mai dall’esterno. La ripetizione espressiva, diventa una reiterazione dell’evento: più esprimo ciò che ho passato, più ne parlo, lo ripeto, lo analizzo; più riuscirò a renderlo parte di me. A questo punto ho la consapevolezza dell’esistenza passata del trauma subito: l’onda c’è stata realmente perché la battigia è bagnata, mi ha travolto; solamente adesso che si è ritirata me ne sto rendendo conto mentre fisso il mare. Lo fisso perché cerco risposte, perché l’onda ha travolto me e non qualcun altro. Poi guardo per terra e vedo tante bellissime conchiglie, mi ripeto di non scappare, di non correre lontano, anche se il mio istinto mi dice di farlo. “Rimani lì, e raccoglile con pazienza” mi dico. Sono i resti del trauma, i pezzetti di me che l’evento ha lasciato sulla riva bagnata: ecco la luce. Dopo ogni trauma c’è un pò di cenere di luce, solo se lo interiorizzo riuscirò a raccogliere il dono; se scappo, continuerò per sempre a scappare da me stesso.

di Claudia Manildo

 

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