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Salvini e il meme su Conte: la deriva del linguaggio politico?

All’inizio erano i Millennials (i nati tra il 1980 e il 2000) definiti come pigri, poco attenti al mondo che li circonda e ossessionati dall’apparire più che dall’essere. A seguire, la cosiddetta Generazione Z, che abbraccia i nati dopo il 2000, iperconnessi ed esperti internauti “sempre attaccati al telefononino”. Una generazione dopo l’altra, i più giovani sono stati identificati di volta in volta come i responsabili dello stravolgimento della lingua italiana, con le loro abbreviazioni, “x”, “k”, e molto altro. In parte è vero, comunicare online richiede un linguaggio diverso, ma cosa succede quando la comunicazione digitale, fatta di slang e meme, esce dal mondo dei più giovani e approda in un settore “adulto” come quello della politica?

E’ quello che è successo qualche giorno fa quando uno dei maggiori esponenti politici italiani, nonchè ex Ministro, Matteo Salvini ha commmetato le restrizioni agli spostamenti per il periodo natalizio con un meme. L’immagine in questione ritrae il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte in un improbabile fotomontaggio, in cui sembra vietare gli spostamenti tra comuni e approvare, invece, quelli dall’Africa all’Italia. Il meme in questione è stato pubblicato sull’account Instagram ufficiale di Matteo Salvini e, c’era da aspettarselo, le polemiche non sono tardate ad arrivare.

 

Ma proviamo a riflettere su quanto è successo. Al di là del razzismo (molto poco velato), dietro questo meme c’è di più. In un periodo estremamente delicato come quello che stiamo vivendo, dove gran parte della popolazione è stremata dai continui lockdown e restrizioni, ironizzare su una cosa così importante come le norme per contenere il contagio è molto pericoloso, oltre che stupido. Lo è ancora di più se, per farlo, si ridicolizza una carica come quella del Presidente del Consiglio, banalizzando le decisioni prese e aizzando gli animi dei più intolleranti. Sì perche, com’era prevedibile, l’infelice meme ha scatenato un’orda di commenti xenofobi, che poco aiuta a superare un Natale particolare come quello che si prospetta all’orizzonte.

In più, volendo sorvolare sulla questione accordi internazionali e decreto sicurezza (le cui modifiche sono attualmente al vaglio del Parlamento), dietro la scelta di comunicare attraverso un meme il disappunto per le scelte del Governo si nasconde una strategia di comunicazione ben precisa. Politologi e sociologi della comunicazione da tempo denunciano un cambiamento nel modo di comunicare dei politici contemporanei italiani, che da un linguggio d’èlite ne hanno adottato uno sempre più “basso”. Al lessico fatto di slogan e termini colloquiali, si accompagnano strategie di comunicazione a dir poco fantasiose. Dalle dirette Facebook alle storie su Instagram, la politica oggi è sempre più social. Se da un lato questo “abbassamento” ha consentito ad un numero maggiore di persone di approcciarsi alla politica, dall’altro si assiste ad una costante svalutazione del discorso politico, che diventa più una conversazione da bar che un dibattito su questioni di interesse nazionale. La vicinanza di questo o quel politico, infatti, è solo illusoria. Tutta la comunicazione politica, anche quella all’apparenza più spontanea e sincera, in realtà è accuratamente studiata. In base a cosa? Al pubblico. Esattamente come nel mondo della pubblicità, anche nella comunicazione politica ogni messaggio è pensato in base al pubblico al quale ci si rivolge. Nella pubblicità si parla di target, nella politica di elettori. Ma il metodo è lo stesso: individuare un pubblico di riferimento e costruire i messaggi ad hoc per esso. Per questo, ad un pubblico sempre più social corrisponde, da parte di un certo tipo di politica, un linguaggio più al passo coi tempi. E’ così che si arriva a far decidere agli italiani se sono d’accordo o meno sul lockdown tramite un sondaggio in una storia Instagram, ed è così che si arriva a trattare un argomento delicato come quello spiegato poc’anzi con un meme.

Bisogna fare attenzione. Il modo di comunicare, il lessico, le espressioni e le tecniche utilizzate, dicono molto sul mittente, ma anche sul destinatario dell’informazione. Se è vero che, come accennato in precedenza, il linguaggio della politica è sempre più vicino al popolo, una strategia comunicativa di questo tipo a chi si rivolge? A scuotere le menti assopite dalla didattica a distanza e dallo smart working? A svegliare le coscienze? Non proprio. A scuola ci insegnano a rivolgerci agli insegnanti in un certo modo. I nostri genitori ci educano a dare del lei alle persone che non conosciamo o che ricoprono un ruolo superiore o importante. E allora, rivolgersi a milioni di italiani usando un ridicolo meme che non dice nulla, ma che serve solo allo scopo di soffiare ancora di più sul fuoco del malcontento generale, dice molto su come vengono considerati i destinatari dell’informazione dal mittente. Ridurre due questioni complesse come le restrizioni per contere la pandemia e l’allarme immigrazione ad una vignetta significa, in questo particolare momento storico, screditare l’intelligenza di milioni di italiani.

Questo è solo un esempio di cosa non va nel mondo della comunicazione politica italiana. E il fatto che moltissime persone se ne siano accorte, commentando negativamente l’accaduto, è un buon segno. Quello che bisogna fare davanti ad episodi come questi è leggere tra le righe. Non fermarsi al sorriso o all’indignazione che comportamenti simili possono suscitare in chi legge. Pretendere, la prossima volta che saremo chiamati ad esprimere la nostra opinione, di essere trattati con maggiore considerazione intellettuale; perché saranno anche le nuove generazioni a stravolgere il linguaggio, ma un’istituzione come quella politica, antica come il mondo, non dovrebbe farsi trascinare. Altrimenti chi lo sa, tra qualche anno non assisteremo più alle tradizionali votazioni, ma risponderemo ad un sondaggio su un social per decidere le sorti del nostro Paese.

 

di Eleonora Di Vincenzo

 

 

 

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