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San Patrignano: la serie Netflix tra storia e scandalo

Luci e tenebre di San Patrignano, la docu-serie uscita il 30 dicembre sulla piattaforma Netflix, è tra le più discusse del momento. La mini serie si compone di 5 episodi che affrontano rispettivamente la nascita, la crescita, la fama, il declino e la caduta della comunità di San Patrignano e del suo fondatore Vincenzo Muccioli.

Il boom dell’eroina e lo stigma sociale

Siamo negli anni ’70, quando in Italia esplode il fenomeno dell’eroina. Sempre più giovani trovano nella droga a basso costo un rifugio da una società in crisi che non sa offrire loro un futuro. Le piazze e le strade delle città si riempiono di zombie e metre le famiglie cercano di nascondere la polvere sotto il tappeto, lo Stato si trova completamente impreparato ad affrontare il fenomeno sempre più dilagante. Nella campagna romagnola, più precisamente a Coriano, in provincia di Rimini, un uomo di nome Vincenzo Muccioli sembra essere l’unico a voler affrontare il problema. Nel suo podere di campagna, San Patrignano, accoglie giovani tossicodipendenti che decidono di intraprendere un percorso di disintossicazione dall’eroina. Nel giro di pochi anni si crea una vera e propria città con la sua polizia, il suo carcere e il suo ospedale: una realtà senza eguali, tra le più grandi in Europa. Insieme all’eroina, a metà degli anni ’80, esplode un altro grande fenomeno: l’AIDS, che miete numerose vittime anche all’interno di San Patrignano. Lo stigma sociale che accompagnava gli eroinomani prima , e i sieropositivi poi, portava gli ospedali a rifiutare i giovani in difficoltà, che vedevano come unica speranza di vita la comunità di Vincenzo Muccioli.

Iniziano i problemi a San Patrignano

Il momento di massima fama di San Patrignano coincide con quello dei primi problemi. Le cose iniziano a complicarsi nel 1980, quando una ragazza riesce a fuggire da San Patrignano e denuncia alla polizia di essere stata segregata per 15 giorni, legata con delle catene, e come lei altri 4 ragazzi sarebbero stati tenuti nelle stesse condizioni. La polizia fa irruzione nella comunità e il caso esplode non solo nei tribunali, ma anche nei media. Le televisioni, che in quegli anni avevano dipinto Vincenzo Muccioli come una divinità, si chiedono quanto quei metodi così duri siano utili e leciti. L’opinione pubblica si spacca: da un lato chi sostiene l’innocenza di Muccioli, colpevole tanto quanto un padre che dà uno schiaffo al figlio per educarlo; dall’altra la legge che non permette l’uso di metodi disumani, nemmeno per scopi educativi. Per questo, Vincenzo Muccioli viene arrestato e condannato ad un mese di reclusione, non scontato con la promessa di non reiterare le violenze e di lasciare la comunità aperta ai controlli. I quattro ragazzi vengono liberati dalle catene e rilasciati dalla comunità. Più tardi, uno di loro si suiciderà e gli altri tre ricadranno nel tunnel dell’eroina. Inizia così il lento declino di San Patrignano che da un lato si amplia accogliendo sempre più ospiti che arrivano da tutta Italia, dall’altro riceve sempre più denunce.

Il declino della comunità

Nonostante le critiche, la comunità di San Patrignano va avanti e si espande fino ad arrivare, nel 1992, ad ospitare più di 2mila persone. In seguito al “Processo delle catene”, San Patrignano finisce sotto l’occhio vigile delle autorità e dei media, che restituiscono un’immagine di Muccioli in bilico tra il santo e il mostro. La bolla esplode quando, nel 1993, viene ritrovato in una discarica a Napoli il corpo senza vita di un giovane ospite della cominutà, con evidenti segni di percosse. La notizia rimbalza in tutti i Tg nazionali e ci si interroga sulla responsabilità del fondatore della comunità, fino ad allora dichiaratosi all’oscuro delle violenze avvenute a San Patrignano. Inizia allora un processo, che durerà anni, contro Vincenzo Muccioli e contro alcuni ospiti della comunità ritenuti i responsabili dell’omicidio. Il processo si concluderà con l’arresto dei responsabili materiali dell’omicidio, ma Vincenzo Muccioli non sarà mai condannato. Gli anni di accuse e processi, però, lo portano alla malattia e alla morte, all’età di 61 anni.

Fin dove può spingersi il bene?

La principale controversia rigurda i metodi disciplinari utilizzati nella comunità. A San Patrignano il suo fondatore, Vincenzo Muccioli, non è un medico nè uno psicologo nè un terapeuta, ma un uomo comune che, come racconta lui stesso, ha visto “tanta gente morire senza che nessuno facesse nulla”, cercando di offrire con la sua comunità una speranza a tanti giovani. Il metodo di San Patrignano si basa sulla totale assenza di medicinali come metadone o simili. Si utilizzano erbe per lenire le dipendenze e il lavoro nei campi come cura per il corpo e per la mente.

Per molti anni San Patrignano è stata al centro di feroci dibattiti sulla legittimità (oltre che sull’utilità) dei suoi metodi autoritari. L’isolamento, la reclusione, persino le catene erano considerati gli unici mezzi per aiutare i ragazzi della comunità. Il suo stesso fondatore si batteva affinchè i giovani ospiti comprendessero l’importanza di tali mezzi per il proprio bene. E se da un lato i metodi poco ortodossi furono aspramente criticati anche nelle aule di tribunale, dall’altro l’operato di Muccioli rappresentava qualcosa di unico in Italia, dove lo Stato era totalmente incapace di far fornte ad un problema così grave come quello della droga. Ma, se da una parte erano i ragazzi stessi ad accettare tali metodi, ritenendo che “le catene dell’eroina sono invisibili ma sono molto più pericolose“, dall’altra non possiamo non chiederci fin dove ci si può spingere per aiutare. C’è un limite? E, se sì, qual è? Per Muccioli il limite era la morte, e avrebbe fatto di tutto per salvare la vita dei suoi ragazzi, anche incatenarli se necessario. Ma il fine giustifica sempre i mezzi? Come scriveva Machiavelli ne Il Principe (1513): “Nelle azioni di tutti gli uomini, e massime dei Principi, dove non è giudizio a chi reclamare, si guarda al fine. Facci adunque un Principe conto di vivere e mantenere lo Stato; i mezzi saranno sempre giudicati onorevoli, e da ciascuno lodati”.

 

di Eleonora Di Vincenzo

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8 commenti

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