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Attualità

Siamo tutti talebani: dall’Afghanistan al Texas, la libertà delle donne è in serio pericolo

Che si tratti dell’Afghanistan o della “civilissima” America, le cose non cambiano. Non servono una guerra o un regime totalitario come quello dei talebani: i diritti delle sono messi in pericolo ogni giorno, anche da quei Paesi che si proclamano portatori di una civiltà modello. Ne è un chiaro esempio il Texas, che in un colpo solo ha fatto un balzo indietro di decenni per quanto riguarda i diritti femminili. Quello che sta succedendo nello più popoloso d’oltreoceano è sconcertante, e lo è ancora di più che i principali media italiani abbiano scelto di non parlarne. Cosa è successo esattamente?

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La bandiera del Texas (Pixabay)

Il Texas, secondo più popoloso degli USA, ha dichiarato illegale l’aborto dopo le 6 settimane, cioè da quando è possibile riscontrare il battito cardiaco del feto. La legge non prevede deroghe nemmeno in caso di stupro e incesto o di malformazione del feto. Com’è possibile che un Paese moderno e civile come l’America permetta tutto ciò? La risposta è presto detta, ma per capire al meglio la situazione è doveroso fare alcune premesse.

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Il caso del Texas

Quello degli Stati Uniti è un governo federale, dove ad ogni è consentito autoregolametarsi nei limiti dei propri poteri. Gli schieramenti vigenti sono principalmente due: il Partito Repubblicano (equivalente alla nostra destra) e quello Democratico (sinistra). Per intenderci, il partito democratico è quello di Barack Obama e quello repubblicano di Donald Trump. Mentre il primo è più progressista e si batte per l’uguaglianza sociale, il secondo è noto per essere particolarmente conservatore. Per quanto riguarda il caso del Texas, governato dal repubblicano Greg Abbott, le cose si fanno più complesse.

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A livello federale c’è una legge, basata sulla sentenza Roe contro Wade, che tutela il diritto all’aborto in tutto il Paese. Il Texas, però, ha firmato a maggio il Senate Bill 8 (anche detta “legge del battito cardiaco”), che punisce l’aborto oltre le 6 settimane. Purtroppo in quel lasso di tempo moltissime non sanno neppure di essere in di gravidanza, con il risultato che il termine si oltrepassa troppo spesso. Non solo! La legge prevede anche una punizione per medici, personale sanitario e tutti coloro che aiutano una donna ad abortire, pagando un risarcimento a chi denuncia (e vince la causa) di ben 10 mila dollari.

E nel resto del mondo?

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Legge (Pixabay)

Purtroppo non è solo il Texas ad avere dei problemi con l’autodeterminazione delle . Anche altri Paesi degli Stati Uniti, come l’Alabama, il Missouri e la Lousiana, hanno leggi molto stringenti in fatto di aborto, dove il termine massimo è 6 settimane (nel caso del Missouri si sale a 8) e non sono previste eccezioni nemmeno in casi di stupro o incesto. Ma non serve andare molto lontano.

Basti pensare che nella “nostra” Italia c’è un piccolo spazio in cui il diritto ad abortire viene totalmene negato: la Repubblica di San Marino. Risale a qualche giorno fa, infatti, la notizia secondo cui presto sarà indetto un referendum per rendere l’aborto legale (fino ad ora è un reato punibile con la reclusione per la donna e per chi la aiuta). In Italia, dove l’interruzione volontaria di gravidanza è regolamentata dalla legge n. 194 ci sono regioni in cui è praticamente impossibile metterla in pratica. La causa è la cosiddetta “obiezione di coscienza” che spinge megici, ginecologi (addirttura anestesisti) ad applicare la loro morale sul corpo altrui. Basti pensare al Molise, dove è possibile abortire in una sola struttura in tutta la regione e grazie ad un solo medico. Impensabile nel 2021.

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Siamo tutti talebani

I diritti delle sono da sempre al centro di contorte dinamiche di potere. Uomini al governo di ogni nazione si fanno portavoce di diritti che a loro non sono mai stati negati. Che differenza c’è tra la rigida sharia dei talebani che vieta alle donne di lavorare e di poter accedere a gran parte delle cure (se somministrate da uomini) e un gruppo di persone che decide cosa una donna possa o non possa fare con il proprio corpo? Nessuna.

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Donne in Afghanistan (Pixabay)

Lo stesso senso di potere che spinge ad annullare l’identità femminile nel controverso Paese arabo porta chi è al governo a poter decidere per il corpo altrui, in barba ai diritti e alle libertà. Purtroppo la mentalità talebana è estremamente diffusa per quanto riguarda la supremazia su una categoria da sempre considerata inferiore. Non c’è da scandalizzarsi quando dai vari Tg apprendiamo che le donne in Afghanistan sono relegate a casa, se viviamo in un Paese come l’Italia dove il livello di occupazione femminile è nettamente sotto quello maschile. Oppure quando l’unico ruolo delle donne è quello di sposarsi e fare figli, se poi in Italia si dà la colpa a loro se c’è una scarsa natalità o se non si fanno più bambini come una volta (la famigerata “sostituzione etnica”). La cultura del possesso è tale e quale a qualunque latitudine del mondo, proprio perchè si tratta di cultura, non di nazionalità.

Dal Texas all’Afghanistan, fino all’Europa e all’Italia, il corpo delle donne è e sarà sempre uno strumento di potere politico. Fino a quando, tutte insieme, saremo pronte a ribellarci e dire BASTA!

 

di Eleonora Di Vincenzo

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